Mothers of Marmo Platano: un viaggio intimo tra memoria e identità

La camera da letto è un luogo di libertà o il confine di una storia non raccontata?

È il rifugio della memoria o la soglia che ci separa dal mondo? Mothers of Marmo Platano esplora questa domanda attraverso un’indagine audiovisiva sulla trasmissione matrilineare della cultura nell’area del Marmo Platano, in Basilicata. Fotografie e registrazioni audio documentano gli spazi intimi delle madri lucane, mettendo in luce il loro ruolo nella conservazione della memoria familiare e comunitaria.

In queste stanze, la quotidianità diventa rito, il privato si fa storia, e il gesto di rifare un letto si trasforma in una forma silenziosa di affermazione e resistenza.

Dentro le stanze che raccontano storie

Entrare nelle camere da letto di queste donne è stato come attraversare un tempo sospeso, un luogo dove il passato si deposita nei gesti quotidiani e negli oggetti che resistono agli anni. Ogni stanza è un archivio silenzioso: fotografie sbiadite sui comodini, corredi ricamati a mano, specchi che hanno riflesso gli stessi volti per decenni.

La registrazione dell’intervista con Maria Cristiano, Castelgrande

Mi sono seduto accanto ai loro letti e ho ascoltato racconti di partenze, attese, rinunce, sacrifici, amori vissuti nel silenzio e nella costanza. I letti stessi, alcuni perfettamente tirati, altri leggermente sgualciti, custodiscono il peso di notti insonni e sogni mai raccontati. Il legno dei mobili porta i segni di mani che hanno aperto gli stessi cassetti con una cura identica giorno dopo giorno.

Ogni stanza ha il suo odore: lavanda e legna bruciata, sapone di Marsiglia e cera per i mobili. Sono spazi che non dichiarano, ma sussurrano. Non mostrano, ma custodiscono. Sono luoghi di intimità sospesa, di storie che si raccontano senza bisogno di parole.

In equilibrio tra memoria e trasformazione

L’area del Marmo Platano è una terra di confine, fatta di borghi arroccati, pietra e silenzi carichi di storie. Ha vissuto le grandi trasformazioni dell’Italia meridionale: l’emigrazione di massa del dopoguerra, che ha svuotato intere comunità, e il declino demografico che oggi ne ridefinisce il tessuto sociale. Qui, la memoria è un’eredità fragile, custodita nelle case e tramandata nei gesti quotidiani.

Mothers of Marmo Platano nasce proprio in questo scenario, attraverso le voci e le immagini di undici madri di sette paesi: Ruoti, Baragiano, Balvano, Bella, Muro Lucano, Castelgrande e Pescopagano. Luoghi vicini ma profondamente diversi, dove il dialetto, i gesti e la maternità assumono sfumature uniche.

La camera da letto, spazio privato per eccellenza, diventa il simbolo di questa trasmissione culturale femminile. Qui la storia non si conserva nei documenti ufficiali, ma nei dettagli di un mondo che rischia di scomparire.

L’intimità come codice segreto della memoria

Quando ero bambino, mia nonna mi mandava spesso nella sua camera a prendere qualcosa. A volte erano ago e filo, altre un fazzoletto, o una delle copie di Famiglia Cristiana che conservava ordinatamente nel cassetto. Era abbonata da sempre, e io ero affascinato da quell’inserto che raccontava fatti strani e dispersi nel mondo. Ma più che la rivista, ciò che mi incantava era lo spazio stesso della sua stanza.

Il comò mi sembrava gigantesco, quasi un altare. Ogni oggetto raccontava qualcosa di lei senza bisogno di parole: fotografie ingiallite, spazzole per capelli consumate dal tempo, gioielli custoditi con cura. Ogni cosa aveva un posto preciso, come se l’ordine della stanza fosse un linguaggio invisibile che solo lei conosceva.

C’era un odore diverso dal resto della casa, un’aria di mistero e sacralità. Entravo sempre in punta di piedi, con la sensazione che quel luogo custodisse qualcosa di più grande di me. Il letto, perfetto nella sua geometria, non era solo un mobile, ma un simbolo. La firma di mia nonna sulla sua stessa esistenza.

Forse, senza saperlo, ho sempre percepito la camera da letto come uno spazio di potere femminile e materno. E forse è per questo che oggi torno in quei luoghi con occhi nuovi, cercando di ascoltare ciò che allora non ero ancora in grado di comprendere.

Federe ricamate, camera da letto di Giovanna Nardiello, Ruoti

I ricordi non sono souvenir

I ricordi non si comprano, non si scelgono tra gli scaffali di un negozio, né si impacchettano per essere portati via. Sono materia viva, intrecciata nei gesti e nei luoghi. Si annidano tra le trame di un lenzuolo che ha accolto generazioni, nelle venature di una sedia consumata da anni di attese e confidenze.

Le donne che ho incontrato lo sanno bene. Nei loro racconti non c’è il bisogno di abbellire il passato. La memoria, per loro, è una presenza quotidiana, che si insinua tra le faccende di casa e le pause sul balcone, tra le mani che continuano a preparare il caffè con la stessa gestualità di sempre.

Alcuni ricordi pesano come valigie mai disfatte, lasciate in un angolo della stanza, polverose ma mai dimenticate. Altri si fanno leggeri, si mescolano alla luce del pomeriggio filtrata dalle tende, si dissolvono nel profumo del bucato steso al sole. Ma nessuno di essi può essere trattato come un oggetto da esporre, da sfoggiare al momento opportuno.

I ricordi non esistono per essere mostrati, ma per essere custoditi e a volte, senza accorgercene, sono loro a custodire noi.

Guardare altrove: dalla cucina alla camera da letto

C’è un aspetto del nostro tempo che mi inquieta: la riduzione della cultura a ciò che possiamo consumare.

Negli ultimi anni, la narrazione dell’identità regionale italiana sembra essersi concentrata e forse un po’ appiattita sulla gastronomia, sulle ricette, sui prodotti tipici. È un’operazione di marketing rassicurante, persino gratificante, l’etnogastronomia, ma profondamente riduttiva. Se tutto diventa una questione di “tipicità”, allora cosa resta della complessità del vissuto, della memoria, della cultura come luogo di tensione tra passato e presente?

E così mi sono chiesto: cosa succede se spostiamo lo sguardo? Se invece di guardare la cucina, la socialità e la convivialità ci addentriamo nella sfera più privata, invisibile, intima?

Mothers of Marmo Platano nasce dal desiderio di esplorare lo spazio simbolico della camera da letto come luogo della memoria, della trasmissione matrilineare della cultura e della negoziazione silenziosa del potere.

Nella cultura lucana, la camera da letto è sempre stata uno spazio femminile, il teatro silenzioso di riti e gesti che racchiudono la storia di una famiglia. Non è il luogo della rappresentazione sociale, come la cucina o il soggiorno. È il luogo dell’assenza di pubblico, ma non dell’assenza di significato.

Eppure, in alcuni momenti, questo spazio si apre alla comunità. Uno di questi è il rito del primo letto, quando la stanza della sposa viene aperta ai familiari e agli amici, che la ricoprono di soldi come gesto beneaugurante. Un passaggio di stato, da figlia a moglie, da ragazza a donna.

Questa contraddizione racconta molto più di quanto sembri: la camera da letto è al tempo stesso il luogo del segreto e della comunità, del privato e del sociale. È il luogo della trasmissione silenziosa della cultura, e per questo ho scelto di guardare proprio lì.

Libertà o nostalgia?

Ascoltando le donne protagoniste della mia ricerca, ho scoperto una tensione che ritorna in ogni storia.

Un tempo non eravamo libere, ma oggi c’è troppa libertà.

Ogni donna che ho intervistato mi ha restituito una riflessione simile, in forme diverse. Non c’è una risposta definitiva su cosa sia meglio, non c’è un giudizio netto su passato e presente. Quello che ho percepito è una sorta di sospensione, un bilico tra due condizioni vissute entrambe con un senso di incompletezza.

Assunta Colonna nella sua camera, Muro Lucano

Nel passato, la maternità era un destino, un dovere. Ma oggi, mi dicono, queste donne moderne, le madri “non sono più brave madri”, perché per un nonnulla si separano, rompono le famiglie, si allontanano. C’è una nostalgia per una stabilità perduta, ma anche una consapevolezza che quella stabilità era spesso un’imposizione più che una scelta.

Forse la vera domanda che emerge non è se fosse meglio prima o adesso, ma piuttosto: cosa significa vivere la propria libertà senza sentirsi in debito con il passato?

Le donne di Marmo Platano hanno trasmesso cultura per secoli, ma senza che questo fosse riconosciuto come “sapere”. Hanno tramandato il dialetto, i gesti quotidiani, la memoria familiare, ma tutto questo è rimasto ai margini, relegato alla sfera privata. La cultura, quella ufficiale, è sempre stata scritta dagli uomini e per gli uomini.

Nel mio lavoro ho voluto spostare il centro della narrazione: invece di chiedermi cosa fosse scritto nei libri di storia, mi sono chiesto cosa fosse stato sussurrato nei letti, nelle stanze chiuse, nei racconti che passano di generazione in generazione senza mai lasciare traccia ufficiale.

Perché, se la trasmissione matrilineare della cultura è stata così potente, perché non ha mai avuto un riconoscimento ufficiale? Chi decide quale memoria è degna di essere tramandata e quale deve restare sommersa?

Antonietta Farella durante l’intervista, Baragiano

Uno sguardo maschile sulla maternità

Sono un uomo che racconta storie di madri.

È un punto di partenza che porta con sé molte domande e nessuna risposta semplice. Parlare di maternità, da una prospettiva maschile, significa attraversare un territorio fragile, fatto di esperienze che non mi appartengono direttamente e che per secoli sono state interpretate senza essere davvero ascoltate.

In questo progetto, mi sono trovato immerso in una crisi che non riguarda solo il patriarcato come struttura, ma anche la mentalità patriarcale che ci portiamo dentro, uomini e donne. Un sistema che si trasmette attraverso i gesti quotidiani, le aspettative sociali, le narrazioni che ci formano. Uno schema culturale che ha dato per scontato il ruolo della madre, rendendolo così naturale da essere invisibile.

Ma io non voglio raccontare al posto di queste donne. Voglio ascoltare. Capisco oggi, e per fortuna ne ho gli strumenti, che l’unico accesso possibile è l’ascolto. E l’ascolto è lo strumento più potente che abbiamo, insieme all’esempio. La fotografia e il suono, in questo lavoro, servono proprio a questo: a mettere in pausa il nostro bisogno di interpretare, per lasciare che le storie emergano nella loro forma più autentica.

E poi, c’è un aspetto che non posso ignorare: sono un figlio, prima di tutto. E in ogni racconto di madre, ho ritrovato qualcosa di mia madre, di mia nonna, delle donne che hanno costruito il mio sguardo sul mondo.

Forse il mio desiderio di entrare in queste camere da letto nasce proprio da lì. Dal ricordo di spazi sacri che da bambino attraversavo in punta di piedi, percependo un ordine e una perfezione che non sapevo spiegare. Dal senso di mistero che aleggiava intorno agli oggetti poggiati su un comò: le spazzole, i gioielli, le fotografie. Dal rispetto tacito che si portava per quegli spazi, dove ogni cosa aveva un posto preciso e un significato nascosto.

Oggi mi chiedo: cosa succede quando entriamo in quelle stanze con uno sguardo nuovo? Cosa possiamo vedere che prima non eravamo capaci di riconoscere?

Mothers of Marmo Platano nasce da questa domanda. Dalla volontà di rimettere in discussione ciò che è stato dato per scontato per troppo tempo. Dalla necessità di guardare la maternità non come un’icona intoccabile, ma come una realtà vissuta, contraddittoria, a volte glorificata e a volte sofferta.

E soprattutto, nasce dalla consapevolezza che certe storie non vanno spiegate, ma solo accolte.

Nel mio progetto, la fotografia e il suono si intrecciano per creare un’esperienza che non è solo visiva, ma immersiva. Le fotografie ritraggono le donne nei loro spazi più intimi, nei letti rifatti con una cura rituale, nei gesti che raccontano più di qualsiasi parola. Ma accanto alle immagini ci sono le loro voci, alcune registrate in dialetto, con le pause, le esitazioni, le risate e i silenzi che rendono ogni racconto unico.

Perché la fotografia può fermare un volto, ma più spesso è il suono a rivelare l’anima di una storia.

Fotografie nello specchio del comò, camera da letto di Maria Damiano, Ruoti

Un invito a guardare ascoltando, accogliendo

Mothers of Marmo Platano non è solo una mostra, ma un viaggio dentro spazi e tempi che spesso ignoriamo.

Non è nostalgia, non è celebrazione. È un interrogativo aperto: cosa resta della memoria quando il mondo cambia troppo in fretta? Quali storie vale la pena custodire?

Vi invito a varcare simbolicamente la soglia di queste stanze, ad ascoltare quello che di solito resta inascoltato, a riconoscere il valore di una memoria che non è semplicemente passato, ma qualcosa che continua a vivere dentro di noi.

Pubblicato originariamente su LinkedIn l’11 febbraio 2025. Il progetto Mothers of Marmo Platano si è concluso nel 2025 e il libro è in preparazione.