Materdomini, la vigilia

Luoghi, oggetti e memorie del pellegrinaggio a san Gerardo Maiella

Il 15 ottobre 2026 sono stato a Materdomini, frazione di Caposele, in provincia di Avellino. Era la vigilia della festa di san Gerardo Maiella, morto qui il 16 ottobre 1755, a ventinove anni. Quest’anno ricorrono anche i trecento anni dalla sua nascita, avvenuta il 6 aprile 1726 a Muro Lucano.

Non sono arrivato con l’intenzione di raccontare una festa religiosa. Mi interessava osservare ciò che il culto produce e conserva nel tempo: luoghi, oggetti, gesti, percorsi. E capire qualcosa del rapporto tra Materdomini e le comunità che, per generazioni, hanno raggiunto questo santuario.

Sala con la volta coperta di fiocchi rosa e azzurri e le pareti di fotografie; alcuni visitatori in fondo.
Una delle sale dei fiocchi: la volta ricoperta di fiocchi, le pareti di fotografie.

Una mattina alla vigilia

Sono arrivato intorno alle dieci e mezza e ho partecipato alla messa. La chiesa era occupata, a occhio, per circa un quinto della sua capienza. All’esterno c’erano visitatori, ma l’atmosfera era quella di una giornata ordinaria, ancora lontana dalla grande festa del giorno dopo.

Una suora accompagnava la celebrazione con una voce molto acuta e un accento straniero che non sono riuscito a identificare. Nell’omelia, il sacerdote ha parlato della necessità di scegliere da che parte stare: con Cristo o con i farisei. Ha evocato un tempio reso inaccessibile dall’eccesso di regole e il gesto di Gesù che riporta la fede tra i poveri. Da qui il riferimento a Gerardo, umile tra gli umili, e a Materdomini come luogo di carità, dove nei periodi di carestia la popolazione arrivava anche per trovare da mangiare.

Intorno a me c’erano soprattutto persone anziane, alcune famiglie e piccoli gruppi, anch’essi di una certa età. Non ho notato ragazzi o persone molto giovani, forse qualcuno intorno ai trentacinque anni, non meno. È l’osservazione di una sola mattina e non permette conclusioni sulla composizione dei pellegrini.

Ho parlato con una commerciante del posto. Mi ha detto che, secondo la sua esperienza, i visitatori sono sempre meno e che l’ultima estate è stata particolarmente difficile. Un tempo, alla vigilia, il negozio era così affollato da richiedere almeno due persone in più per lavorare. Oggi l’attività è diventata secondaria. Il negozio, ereditato dal marito, apre soltanto in alcuni giorni, e con un affitto da pagare, mi ha spiegato, avrebbe già chiuso.

Non è stata l’unica persona a parlarmi di un passato molto più frequentato. È un confronto che ricorre nelle conversazioni e che non posso verificare con dati sull’affluenza. Resta una testimonianza di come lei, e altri con cui ho parlato, vedono i cambiamenti del luogo e della sua economia.

All’uscita dalla chiesa abbiamo ascoltato due anziani suonare zampogna e ciaramella, con suoni antichi e molto affascinanti. Più tardi li abbiamo ritrovati seduti su una panchina, a riposare. Indossavano abiti da contadini: vestiti neri, camicia bianca e un fiocco rosso.

Gli oggetti della devozione

All’interno del santuario ho dedicato un po’ di tempo a fotografare.

La prima cosa che colpisce sono i fiocchi. Azzurri e rosa, appesi al soffitto di due grandi sale, formano una distesa fittissima. Sono migliaia, a giudicare da ciò che si vede. Le sale mi sono sembrate lunghe almeno dieci metri, forse quindici, e larghe almeno cinque. I fiocchi si portano dopo una nascita. Ho visto una giovane madre depositare dei doni proprio in quella stanza.

Corridoio con pannelli sospesi coperti di ex voto a forma di gamba e, a destra, vetrine con oggetti.
La galleria degli ex voto: pannelli e vetrine lungo il corridoio.

Alle pareti ci sono fotografie di bambini e di adulti, dalle più antiche in bianco e nero alle più recenti. Poi gli ex voto d’argento, con gambe, cuori e busti, e quadri, sculture, trofei, medaglie, intere pareti ricoperte d’argento, e una statua grandissima di Gerardo morto.

Ogni oggetto rimanda a una storia che non conosciamo: una nascita, una malattia, una guarigione sperata o ricevuta, una promessa, un ringraziamento. Guardando non possiamo ricostruirla, ma possiamo riconoscere la persistenza di una relazione tra le persone e il santo. Sono storie tutte diverse e tutte uguali. Mi sembra un passato non così lontano e allo stesso tempo lontanissimo dal nostro tempo, o dalla percezione che ne abbiamo.

Mi ha colpito la continuità materiale di questa devozione. Oggetti di epoche diverse convivono nello stesso spazio, e il passare del tempo non ne cancella necessariamente il significato per chi li ha portati. È una forma di archivio, molto diversa da quella a cui siamo abituati. L’ordine è quello dei gesti ripetuti, delle donazioni e delle memorie familiari.

Al piano inferiore ho osservato le cente, candele raccolte in fasce da portare sul capo durante le processioni. Alcune arrivano da diverse diocesi e da congreghe di paesi vicini, e ne ho riconosciuta una proveniente da San Fele. Sono lavori molto particolari e dettagliati, in cui il lavoro manuale diventa parte della pratica devozionale. Rendono visibile la presenza di una comunità e il suo legame con il santuario.

Davanti alla tomba e alla statua di Gerardo c’è chi prega, chi lascia una donazione, chi resta a guardare e a sospirare. Alcuni siedono, altri passano in piedi, altri sono inginocchiati davanti alla statua o tra i banchi della cappella. Qualcuno attende di confessarsi. Il santuario è un luogo vissuto.

La memoria del cammino

La questione che più mi interessa comincia fuori dalla chiesa.

Negli anni ho ascoltato diversi racconti di pellegrinaggi a piedi a San Gerardo. Uno appartiene ad Assunta Colonna (1934–2024), nata e vissuta a Capodigiano, frazione di Muro Lucano, che ho intervistato nell’ambito del progetto Mothers of Marmo Platano.

Assunta ricordava di essere andata a San Gerardo a piedi, più volte, con i genitori e con un asino. Si partiva la sera e si arrivava al mattino, dopo circa otto ore di cammino. Non erano soli: i gruppi, diceva, potevano arrivare a cinquanta persone. Raccontava che in seguito si cominciò ad andare con gli autobus, senza precisare quando. Si sposò nel 1954 e, in un momento che non indica, portò il suo vestito da sposa a San Gerardo.

Riascoltando oggi quelle parole, mi colpisce la concretezza del racconto. Contiene persone, tempi, oggetti e gesti precisi, elementi da cui si può cominciare a ricostruire una geografia della devozione che altrimenti rischierebbe di restare solo nel ricordo.

Nei racconti che ho raccolto in questi anni ritornano altri elementi. Si andava in gruppo, si cantava e si pregava lungo il cammino, si portavano candele da far benedire, insieme al cibo e al vino per il viaggio. Il pellegrinaggio non finiva con l’arrivo. Al santuario si compravano statue, stampe, rosari, statuine, olio e acqua benedetti, da tenere in casa o da regalare. In questo modo il santuario entrava nelle case.

Il cammino resta per me una storia ancora da ricostruire. Da quali paesi si partiva? Quali strade si percorrevano? Si andava solo per la festa di ottobre o anche in altri periodi dell’anno? Dove ci si fermava? Quando e perché questa pratica ha cominciato a trasformarsi? Assunta ricorda il passaggio dal cammino a piedi all’autobus. Mi chiedo se anche il terremoto del 1980 abbia contribuito a trasformare queste pratiche, ma è un’ipotesi da verificare.

Non so nemmeno se i percorsi ricordati dalle persone siano ancora riconoscibili sul terreno, né se oggi esistano gruppi che raggiungono Materdomini a piedi seguendo itinerari tradizionali. Mi piacerebbe saperlo. Una visita al santuario non può risolvere queste domande. Per rispondere bisognerebbe tornare nei paesi, ascoltare chi ricorda quei viaggi, confrontare i racconti.

Il pellegrinaggio è anche un modo di attraversare e conoscere il territorio, di costruire relazioni tra comunità e di dare significato a strade, soste e luoghi.

Tra Muro Lucano e Materdomini

Il culto di Gerardo attraversa un territorio più ampio del santuario. La sua immagine è presente in moltissime chiese ed edicole votive della zona.

A Muro Lucano, dove è nato, sono tornato più volte nella casa natale, quando è aperta ai visitatori. Ricordo in particolare una visita durante Muro in Vita, quando il pianello si anima con stand di prodotti locali, artigianato, musica e cucina. Qualche anno fa ho assistito anche alla processione con le candele. Mi sono rimasti impressi i canti, lenti, strascicati, quasi lamentosi. Ricordo due canti dedicati a Gerardo, di un rigore che ho sempre trovato affascinante, drammatico, quasi spettrale e insieme mistico.

Stanza con letto matrimoniale, crocifisso alla parete, bastone appoggiato al letto e una camicia bianca ricoperta di monete, accanto a una finestra a vetri romboidali.
Una stanza della casa natale di san Gerardo a Muro Lucano, in località Pianello. Sul letto, una camicia bianca coperta di monete.

È difficile restituire con le parole l’effetto di quei suoni nello spazio del paese. Momenti come questi mostrano che una tradizione è fatta anche di voci, ritmi, movimenti e atmosfere, oltre che di immagini e oggetti.

A Materdomini ho avuto l’impressione che molti devoti provenissero dall’area irpina, e il dialetto, che accomuna una zona vasta, rende difficile indicare le provenienze. Altri mi sono sembrati della Basilicata nord-occidentale e della bassa Campania. Sono impressioni d’ascolto, e non conosco le provenienze reali. Mi sembra però che il culto disegni una geografia di relazioni che attraversa i confini regionali.

Ciò che resta, ciò che cambia

Che cosa rende Gerardo interessante da un punto di vista etnografico? Le sue radici familiari legate ai nostri territori, la forza di un culto che attraversa generazioni, la diffusione della sua immagine nelle chiese e nelle edicole votive, il modo in cui la devozione ha costruito relazioni tra persone, famiglie e luoghi.

Il santuario ne conserva una parte visibile: fotografie, fiocchi, ex voto, cente. Un’altra parte è affidata alla memoria: i percorsi a piedi, le partenze notturne, i canti, le soste. È una conoscenza che non si capisce osservando solo il luogo di arrivo. Non so quanto di quel mondo sia scomparso, quanto si sia trasformato e quanto continui in altre forme.

C’è poi una questione che riguarda il mio modo di osservare. Il turismo religioso, la devozione e la ricerca antropologica possono attraversare gli stessi luoghi, fermarsi sugli stessi oggetti, ascoltare le stesse storie. Ma non necessariamente attribuiscono loro lo stesso significato. Il limite tra conoscere e devozione a volte è molto sottile, e forse è questa ambiguità a rendere interessante il lavoro sul campo.

A Materdomini i fiocchi sono appesi, le candele offerte, le fotografie esposte. Il santuario conserva molte storie. Quello che vorrei capire è che cosa resta delle strade che, per generazioni, hanno portato fin qui.

La testimonianza di Assunta Colonna (1934–2024) proviene dall’archivio di ricerca del progetto Mothers of Marmo Platano, ideato e realizzato da Francesco Carvelli.