Riflessioni sulla conoscenza e la valorizzazione dei territori. San Fele, 28 luglio 2026. Muro Lucano, 11 settembre 2026.
Il 28 luglio, in una piazzetta di San Fele, dopo la proiezione all’aperto di Devozioni di Gianfranco Pannone, Caterina Pontrandolfo ha cominciato a cantare e ha coinvolto il pubblico in un canto religioso. Il regista era presente. Ho registrato due brevi video di quel momento, ma ciò che mi è rimasto più impresso è l’intimità che si era creata nella piazza. Le voci davano una presenza concreta a ciò che avevamo appena incontrato attraverso le immagini.

Il film attraversa il rapporto con il sacro nella Lucania appenninica. Vi ho riconosciuto una domanda che tocca da vicino il nostro presente: quale posto trova la vita interiore in un tempo scandito dai telefonini, dalle richieste continue, da ritmi che spesso sentiamo imposti? Le persone che il film racconta abitano questo presente con le proprie devozioni, le proprie incertezze, la difficoltà di riconoscersi in un mondo che cambia.
Durante la serata è stato ricordato anche un frate cappuccino del convento di Vietri di Potenza, morto dopo la conclusione del film. Lo avevo conosciuto qualche anno prima. Quel ricordo riportava le immagini dentro una relazione personale: una persona incontrata, un luogo visitato, una storia che nel frattempo era andata avanti.
Ripenso a quella sera adesso che settembre porta a conclusione la stagione dei grandi appuntamenti estivi. Nei paesi vicini ho incontrato amici e conoscenti, ho ascoltato desideri, lamentele, aspettative. In alcune conversazioni tornava la sensazione che, finite le feste, sarebbe rimasto ben poco. Mi ha colpito la distanza tra questo sentimento e la ricchezza dei luoghi di cui parlavamo.
L’11 settembre ero alla sagra della patata di montagna a Muro Lucano. Una cover band dei Pink Floyd suonava in piazza Don Minzoni, si mangiavano patate, pasta e carne, si beveva vino e birra. Quella sera ho parlato con una giovane coppia dell’inverno ormai vicino, della mancanza di turismo, del bisogno di attrattori capaci di sostenere un’economia locale più florida.

A un certo punto mi hanno detto di non essere mai stati al Museo archeologico nazionale, nell’ex seminario vescovile. È un museo che custodisce anche la storia dei paesi intorno, da Baragiano a Ruoti. Ho nominato l’osservatorio astronomico di Castelgrande, le chiese, i parchi, le cascate della zona. Di diversi di questi luoghi sapevano poco.
Quell’incontro mi ha lasciato una domanda che riguarda anche me: su che cosa fondiamo il giudizio che diamo dei nostri paesi? Quanto di ciò che consideriamo assente abbiamo avuto occasione di conoscere?
Sarebbe facile chiamare questa distanza apatia o disinteresse. Sono parole che ho pensato anch’io, con amarezza. Quella conversazione, però, non mi dice perché quella visita non sia mai avvenuta. Mi mostra una distanza e mi porta a chiedermi come si sia formata. Quanto dipende dalle abitudini personali? Quanto dalla capacità di rendere i luoghi accessibili, comprensibili, presenti nella vita quotidiana?
Alla sagra, del resto, non ho trovato occasioni per conoscere meglio la patata di montagna, le sue qualità, il lavoro e le storie che le stanno intorno. Il programma dei tre giorni prevedeva gli stand lungo via Roma, i concerti serali in piazza Don Minzoni e il pranzo della domenica. Il sito della sagra dedica una pagina all’ecotipo coltivato sulla montagna di Muro e ai terreni in cui cresce. Quelle informazioni esistono. Nella serata che ho vissuto, però, sono arrivate soltanto attraverso i piatti.

Accostare questa serata a quella di San Fele mi aiuta a chiedermi che cosa possa offrire un evento. A San Fele il film e il canto mi avevano fatto entrare in relazione con una dimensione del territorio. A Muro, proprio dentro una festa dedicata a un prodotto locale, ho sentito il desiderio di saperne di più. La conversazione sul museo ha reso questa sensazione più precisa.
Mangiare insieme ha valore. Le sagre creano occasioni di incontro e possono sostenere chi produce, cucina, lavora. Il cibo appartiene pienamente alla storia culturale di un luogo, ed è per questo che mi interessa chiedere quanto spazio si dia alla sua conoscenza e a quella del paese che lo propone.
Osservando i cartelloni estivi, ho spesso l’impressione che il richiamo gastronomico occupi una parte molto ampia del racconto dei nostri territori. Per misurarla servirebbe un confronto tra i programmi. Intanto, però, questa impressione pone una questione sulle scelte promozionali: quale immagine dei paesi rendiamo visibile? Quali esperienze invitiamo a fare? Che cosa può scoprire una persona dopo essere arrivata per una serata di festa?
Penso allo spazio che potrebbero trovare, in queste stesse occasioni, fotografie, documenti, film, voci raccolte attraverso interviste. Materiali capaci di raccontare il lavoro, le trasformazioni del paesaggio, le migrazioni, la vita religiosa, le forme della socialità. Potrebbero suscitare curiosità anche verso un museo vicino, una chiesa attraversata distrattamente, una storia familiare mai ascoltata fino in fondo.
La serata di San Fele mi aveva fatto intuire questa possibilità. Il passato arrivava attraverso persone presenti e domande che riguardano il nostro tempo, e il canto aveva dato a chi era in piazza un modo per partecipare.
Vorrei che un’attenzione di questo tipo trovasse più spazio nella promozione dei nostri paesi. Chi cerca esperienze archeologiche, artistiche, storiche o paesaggistiche deve poterle riconoscere nell’offerta, capire come accedervi, trovare ragioni per fermarsi. Lo stesso vale per chi vive a pochi chilometri e continua a rimandare una visita.

A fine settembre, quando i cartelloni vengono tolti e torna la domanda su ciò che resterà dell’estate, vorrei poter considerare anche questo: quali luoghi abbiamo imparato a conoscere, quali storie sono entrate nelle nostre conversazioni, dove ci è venuta voglia di tornare.
