Santa Maria di Costantinopoli, Castelgrande. Sabato 12 settembre 2026, primo pomeriggio.
Ci arrivo dalla via Appia. Un bivio poco prima di Castelgrande, una fontana in pietra sul ciglio, una cascina che d’estate usano gli scout. Poche decine di metri più avanti compare il ponte a una sola arcata, e subito dopo, su un rialzo dentro un bosco di querce, la chiesa. Piove a tratti.

Non è un posto scelto a caso. La contrada sta circa un chilometro a valle del paese, e da qui passava un nodo viario: vi confluivano le strade che venivano da Muro Lucano e da San Fele. Il collegamento con il rione Borgo, in alto, era già allora ripido e tortuoso. Lo verifico al ritorno, salendo verso l’abitato su una carreggiata stretta dove le ruote bagnate slittano nelle curve. Con la pioggia conviene tornare sull’Appia.
La prima cosa che colpisce è che l’edificio sembra fatto di due pezzi che non si parlano. Davanti, una facciata rigida e squadrata, con lesene, cornicione, oculo, campanile a vela e la data 1955 sul portale. Dietro, un corpo tondeggiante, tre volumi curvi accostati sotto i coppi, che da valle sembra più un’abside orientale che una chiesa di paese.
L’impianto, in effetti, è una croce greca con i bracci che terminano in quattro absidi uguali, e in origine aveva un tamburo ottagonale, crollato nell’Ottocento. Chi ha compilato la scheda diocesana annota che la facciata del 1955, per quanto dignitosa come intervento, non si accorda con i caratteri di ciò che c’era prima.
Accanto al portale, murata nella pietra, una lapide con la titolazione e la data 1840. Cade dentro gli anni in cui, secondo le notizie storiche, si lavorava al cedimento dello spigolo est che si era trascinato dietro il resto della struttura. Il nome sul muro arriva insieme a un cantiere.

Il nome rimanda a Costantinopoli. La tradizione locale, riportata anche sul cartello all’ingresso, racconta di un’effigie portata qui e nascosta in una grotta da monaci basiliani in fuga dall’iconoclastia, nell’VIII secolo, e poi ritrovata in questo punto. La stessa fonte ammette che di quel racconto non resta conferma scritta, perduta nei terremoti. Le origini dell’edificio sono incerte e vengono ricondotte al Duecento. Se ci sia una relazione fra la forma a croce greca e quel nome, oppure se si tratti della convergenza fra un impianto diffuso e una devozione mariana altrettanto diffusa nel Mezzogiorno, non lo so, e la scheda attribuisce la costruzione a maestranze lucane.
La porta a vetri è chiusa. Una signora si ferma, capisce cosa stiamo cercando e chiama il guardiano. Arriva dopo pochi minuti.
Dentro, l’abside dell’altare maggiore è occupata da un’alzata lignea dorata. Al centro la Madonna col Bambino, con una corona di cristallo violaceo nella mano che pende e due angeli che ne reggono un’altra sopra il capo. Ai lati due santi dipinti, che i cartigli indicano come Leonardo e Lucia. In alto il Padre Eterno. Sotto la statua, in rilievo, una città murata.

Alla base corre l’iscrizione, in latino: a onore della gloriosissima Vergine Maria di Costantinopoli, questa cappella è stata ampliata per la devozione della universitas della terra di Castelgrande, al tempo del priorato di Antonio Ciancia, nel mese di novembre del 1614, e grazie alle elemosine, per la grande devozione.

Universitas, nel lessico amministrativo del Mezzogiorno di età moderna, è il nome tecnico della comunità civica come soggetto giuridico, il paese come corpo che delibera, possiede e spende. L’iscrizione dichiara che l’ampliamento avvenne per la devozione di quel soggetto, e che fu pagato con le elemosine. Chi l’ha dettata ha scelto di nominare come committente il corpo civico, non una famiglia né un singolo benefattore. Quanto larga fosse, dentro quel corpo, la partecipazione effettiva alla decisione e alla spesa, l’iscrizione non lo dice.
Nello stesso anno, secondo le notizie storiche diocesane, l’ampliamento comprese la costruzione di una casa adiacente destinata all’oblato che ne curava gli interessi.
Il custode ci racconta la storia della statua che ha voluto restare qui. Il luogo, in quel racconto, non è stato scelto da chi ha costruito. È stato imposto da chi vi era stato portato. Ho riconosciuto la stessa forma narrativa nella tradizione della Madonna di Pierno, e credo sia un motivo ricorrente in molti santuari mariani meridionali, anche se una parentela documentata fra i due racconti non posso affermarla.
Quello che mi interessa è come le due cose stiano insieme. La leggenda dice che la scelta del luogo non appartiene agli uomini. L’iscrizione del 1614 nomina come committente il corpo civico di quel paese. Legittimazione che scende, edificazione che sale.
Quattro secoli dopo, la cura quotidiana di questo luogo, per quanto emerge dal suo racconto, poggia soprattutto su una persona.
Il custode dice di aprirla da quando era bambino, quasi ottant’anni fa. Non lo fa per i visitatori del fine settimana, o non soltanto. Dice che la chiesa va aperta ogni giorno, perché l’umidità sta lavorando il legno della statua e la pittura, che alla base mostra già i segni. Vive vicino, e questo gli basta come ragione. Racconta di avere provato a coinvolgere qualcuno più giovane, senza che nessuno volesse prendersi l’onere. È l’unica cosa su cui torna due volte.
Indica poi la mensa davanti all’altare maggiore, sorretta da due angeli di marmo, e racconta con orgoglio di avere recuperato lui quegli angeli tra i resti della Chiesa Madre dopo il terremoto. La scheda diocesana colloca l’inserimento della mensa nell’adeguamento liturgico del 2017, senza dirne la provenienza. Le due informazioni possono stare insieme.
C’è un punto in cui la sua memoria e i documenti si scostano, e riguarda la pendenza. L’abside inclina verso sinistra, si nota già dall’ingresso. Lui dice che il cedimento è venuto con il terremoto dell’Ottanta e che da allora si è fermato. Nelle notizie storiche, lo scivolamento della fabbrica risale al sisma del 1694, quello che rese necessari gli speroni a contrasto ancora visibili ai lati, e il cedimento dello spigolo est occupa gli anni fra il 1819 e il 1855.
Non lo segnalo per correggerlo. Può darsi che si riferiscano a movimenti diversi, e che il sisma del 1980 abbia prodotto un cedimento ulteriore su una struttura già inclinata da tre secoli. Mi resta però un’impressione, che è una mia lettura e non una spiegazione verificata: in un luogo che ha tremato molte volte, le deformazioni accumulate tendono a essere ricondotte al sisma che le persone hanno visto, perché è quello che sta dentro la vita di chi racconta.
Una volta l’anno il paese torna. La messa, ci dice, si celebra cinquanta giorni dopo Pasqua, di martedì, perché il martedì è il giorno della Madonna. Quel giorno il paese scende, con una processione che si fa a piedi all’andata e al ritorno. Il verbo è preciso: la chiesa sta più in basso dell’abitato, e per arrivarci si perde quota.
Dietro l’edificio, due stanzette e un servizio, dove fino a poco tempo fa vivevano due anziani che la custodivano. Sul retro esterno si leggono ingressi tamponati, nicchie e murature più antiche, e intorno resti sparsi di un assetto che non riesco a ricostruire. Chiedo se sotto sia mai emerso qualcosa, sepolture o altro. Non ne sa nulla.

Fuori, le staccionate nuove, i gabbioni, il parapetto del ponte, l’asfalto del piazzale. Nel 2023 non c’erano, e sembrano di pochi mesi.
Restiamo a lungo sull’uscio ad aspettare che smetta di piovere.
Quello che mi resta, tornando, è la distanza fra due modi di nominare chi si prende cura. Nel 1614 il soggetto a cui l’iscrizione attribuisce l’ampliamento è la universitas, il paese come corpo, non una persona. Nel 2026, dal racconto che ho ascoltato, l’apertura quotidiana dipende da un uomo che non ha ancora trovato chi lo sostituisca. Una volta l’anno il paese scende in processione, e quella forma collettiva è intatta. La presenza rituale ha ancora un soggetto condiviso. Sulla cura dei giorni normali, quello che ho visto in un pomeriggio di pioggia non basta a dire chi sia. Mi resta la domanda su chi, oggi, possa esserlo.
